20 novembre 2011 - Italia    Commenta per primo!

Pd, Bersani nella tenaglia tra area riformista e sinistra

Ognuno lo dice con il suo stile. Walter Veltroni con cautela: «Il governo Monti ci offre l’opportunità di costruire una vera forza riformista e di archiviare lo schema delle coalizioni che andavano da Mastella a Caruso». Enrico Letta con maggiore nettezza: «Ora abbiamo l’occasione per costruire il Pd come lo avevamo immaginato in origine, attirando anche i consensi dell’area moderata». Beppe Fioroni senza peli sulla lingua: «Nessuna forza politica uscirà dall’esperienza governativa così come era entrata. Il Pd dovrà rimettersi in discussione e cambiare, perché se invece continua a inseguire Di Pietro e Vendola esploderà». Tre leader molto diversi tra di loro, accomunati però da una certezza: il Pd non può perdere il treno che gli offre il governo Monti. Il che significa che Bersani dovrà decidersi a non assecondare i Fassina, gli Orfini, i Damiano, quando verrà il momento — e il momento verrà — in cui la linea politica economica dell’esecutivo creerà delle difficoltà alla sinistra e alla Cgil. Veltroni in questo è determinato: «Sulla riforma dell’articolo 18 dobbiamo affidare a Monti la ricerca di un punto d’equilibrio », ha spiegato ai colleghi in questi giorni. Insomma, niente più tabù. Del resto, come ha rivelato Europa, secondo i sondaggi, il Pd, più viene identificato come il partito del governo, più aumenta i propri consensi. Il rischio che la forza politica guidata da Bersani si spacchi, quindi, è un’eventualità concreta, che gran parte dei veltroniani e dei lettiani quasi si augurano: «La sinistra vada con la sinistra, i riformisti con i riformisti ». In poche parole: o nel Pd cambia la maggioranza e prevale l’asse Letta-Veltroni-Franceschini- Fioroni, oppure la prospettiva che nasca un altro contenitore politico diventa tutt’altro che improbabile. Sembra puntare su questo scenario anche Renzi, che non ha rinunciato all’aspirazione di buttarsi nella politica nazionale. Il sindaco di Firenze, che plaude a un governo che «ha rottamato la classe politica attuale », non ha intenzione di fermarsi: «Andiamo avanti più decisi di prima». Bersani dunque dovrà decidere se assecondare quello che si sta muovendo dentro il suo partito o se contrastarlo,mettendo però nel calcolo una possibile spaccatura. La prova più evidente di questa nuova situazione la si è avuta giovedì scorso, nel corso dell’assemblea dei senatori socialisti. Pietro Ichino, la «bestia nera» della sinistra del Pd, nel suo intervento ha attaccato il responsabile economico Fassina e Orfini, ed è stato applaudito lungamente non solo dai veltroniani, come era ovvio, ma anche dai lettiani e da una fetta della maggioranza di Bersani. Certo, in questo momento Monti non ha nessun interesse a spingere sull’acceleratore. Ma, prima o poi, i nodi del programma andranno sciolti. Si dovrà affrontare la questione pensioni, anche se Orfini sostiene che solo dopo che sono state fatte tutte le riforme possibili e immaginabili «si può pensare se introdurre una flessibilità dell’uscita». E il problema del mercato del lavoro andrà preso di petto. Ichino, come è noto, una sua ricetta ce l’ha, ed è molto molto simile a quella che potrebbe adottare il governo, con buona pace di Cesare Damiano, che invece sostiene: «Il mercato del lavoro non si tocca». E ancora, bastamettere a confronto due interventi pubblicati ieri dall’Unità per capire le distanze incolmabili che dividono la sinistra e i riformisti del Pd. Se per il veltroniano Tonini «le riforme Monti fanno parte del codice genetico originario del Pd», per il bersaniano Fassina, invece, «l’identità programmatica del partito non può coincidere con il programma del governo sostenuto dal Pdl». Bersani è avvertito: conciliare queste posizioni non è possibile, dovrà scegliere.

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